Gabriele Muccino stronca la Rai e il suo peccato originale: “Inseguire le leggi dell’auditel per competere con Mediaset”

All’inizio di questa estate, si era tornati a parlare prepotentemente di Gabriele Muccino, soprattutto in riferimento ad un fatto personale che lo vedeva protagonista insieme al fratello minore, Silvio, con il quale i rapporti non sembrano essere affatto idilliaci. Ad attirare l’attenzione dei più, era stato un duro sfogo sui social da parte di Gabriele il quale aveva colto l’occasione offerta dal giornalista Gabriele Parpiglia per rendere nota una sofferenza che evidentemente aveva lasciato nell’ombra per troppo tempo.

Oggi, si torna nuovamente a parlare del celebre regista e sceneggiatore, in seguito ad alcune sue dure affermazioni, pubblicate sul suo profilo Facebook e che non sono passate inosservate. Questa volta, la sfera privata non c’entra. Muccino colpisce durante la tv pubblica e lo fa con una serie di stati pubblicati nel corso degli ultimi giorni. Lo scorso 11 agosto, in un lungo stato denunciava la forte e diffusa ignoranza: “Si riprenda il controllo della televisione pubblica e la si conduca come fosse la BBC spiegando agli italiani come stanno le cose”, scriveva.

“Ora si riattacchi la spina dell’informazione alla TV pubblica e si interrompa questo piano di annebbiamento delle menti che è peggio di un cancro. E’ la conoscenza l’arma più forte”, concludeva. Nella medesima giornata però, arriva anche un attacco forte e chiaro alla Rai: Il peccato originale della Rai è stato quello di inseguire le leggi dell’auditel e quindi abbassare il livello dei suoi programmi per competere con Mediaset. Una tv pubblica aveva il dovere di servire chi pagava il canone e continuare a dispensare teatro, cultura, cinema, intrattenimento ma soprattutto informazione neutrale”.

Lo sfogo continua, e Muccino nel ribadire il precedente concetto, attacca ancora: La TV pubblica che ha il dovere di offrire quello che è all’altezza del ruolo che ricopre, non deve assecondare i telespettatori. Quello lo lascino fare alle Reti come Mediaset che hanno bisogno di audience per vendere pubblicità. Questa differenza è chiara e fondamentale eppure non sembra esserlo mai stata abbastanza, seppur il Canone serva proprio a questo: ad essere indipendenti dalle logiche competitive”.

“Alla TV pubblica se un programma di approfondimento culturale in prima serata non va bene ma arricchisce culturalmente la rete (e gli spettatori e dunque il paese), dovrebbe bastare! Anzi il vanto di fare cose che elevano culturalmente il nostro Paese contro porcate degli avversari che si svendono per vendere pubblicità dovrebbe essere il prestigio del servizio pubblico che ha un nome tra l’altro chiarissimo: SERVIZIO PER IL PUBBLICO. E invece in Rai si crogiolano da anni per capire come battere la concorrenza. Intanto chi gli ha mai chiesto di batterla?!”, prosegue, per poi aggiungere: “Percepiscono un canone, bene, diversificate su tre reti i vostri contenuti e accontentate un pubblico sofisticato e anche più semplice – ma non inebetito, vi prego. Invece negli anni in Rai per anni hanno tolto, bandito musica, cinema, quello d’autore, approfondimento storico e hanno lasciato tutto ciò ai canali tematici come History Channel piuttosto che National Geografic o Sky che hanno catturato il pubblico che è giustamente scappato dalla spazzatura”.

Per Muccino, il miglior modello di tv pubblica possibile è quello della BBC. Peccato che gli inglesi non possano capire fino in fondo “la nostra situazione di sudditanza, passività e conseguente apatia e ignoranza davanti ai diktat ventennali di un ormai ex premier che davanti ad una sentenza DEFINITIVA ancora oggi dice IO NON MOLLO (e dove tutti ancora tacciono ma anzi negoziano su come tenerlo dentro)”.

Lo scorso 12 agosto, Gabriele ha sentito l’esigenza di spiegare ulteriormente il suo concetto, scrivendo: “Io attribuisco ogni responsabilità della decadenza culturale e di conseguenza politica, sociale ecc del nostro Paese a come la Rai si è comportata dall’avvento delle TV commerciali in poi perdendo la sua identità, il suo prestigio culturale, il suo coraggio, la sua forza e il suo dovere di restare neutrale e servizio pubblico senza dover rincorrersi al ribasso con logiche competitive e commerciali con i programmi dell’allora nascente Biscione”.

Infine, l’invito, sempre su Facebook, a condividere i suoi sfoghi sulla Rai per la quale, tra l’altro, sta scegliendo l’interprete che indosserà i panni di Pavarotti in vista della realizzazione di una fiction sulla biografia del tenore di cui la Indiana Production, società dei fratelli Muccino, si è assicurata i diritti.

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Emanuela Longo Author

Classe 1984, nata a Lecce. Dopo la mia formazione in Media e Giornalismo all’Università di Firenze, ho acquisito esperienze tra Milano e Palermo per poi fare ritorno in Salento. Nasco sul web come blogger televisiva ma i miei interessi e le mie passioni non escludono tutti i colori della cronaca.

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